Le porte automatiche della stazione di polizia si aprirono con un leggero sospiro meccanico, lasciando entrare una ventata di aria invernale e una famiglia che sembrava non aver dormito bene da giorni.
Il padre entrò per primo, alto e rigido, con le spalle curve per la tensione, mentre la madre lo seguiva da vicino, con un braccio intorno a una bambina con il viso macchiato e rosso dal pianto. La bambina non poteva avere più di due anni, eppure la sua espressione aveva un peso che non apparteneva a una così piccola; i suoi occhi erano rossi e luccicanti, come se le lacrime fossero la sua compagna costante.
La stazione di polizia era silenziosa, in quella tipica calma pomeridiana: si sentivano solo il ronzio delle luci fluorescenti, il ticchettio lontano delle tastiere e il mormorio sommesso degli agenti che si scambiavano informazioni di routine. Una bandiera era appesa vicino al bancone e un manifesto sbiadito sulla sicurezza della comunità era leggermente arricciato agli angoli. Il receptionist, un uomo di mezza età con gli occhi stanchi e un’evidente pazienza, alzò lo sguardo mentre la famiglia si avvicinava e percepì immediatamente la tensione che li avvolgeva come una seconda pelle.
“Buon pomeriggio”, disse gentilmente, stringendo le mani sul bancone. “Come posso aiutarla oggi?”
Il padre esitò, schiarendosi la gola come se avesse difficoltà a formulare le parole.
“Speravamo di parlare con un agente di polizia”, disse, a voce bassa, come se temesse che persino i muri potessero sentirlo.