“Lasciai la pillola sulla lingua, poi me la infilai sotto la guancia e mi sforzai di sorridere assonnato. ‘Buonanotte, amore’, sussurrò mio marito, baciandomi la fronte come sempre. Pochi minuti dopo, sentii la porta della camera da letto scricchiolare di nuovo. ‘Sta dormendo’, mormorò. Ma quando aprii gli occhi e vidi chi stava entrando nella stanza dietro di lui, mi si gelò il sangue… e mi resi conto che le pillole erano la parte meno spaventosa.”

Lasciai la pillola sulla lingua, poi la infilai sotto la guancia e mi sforzai di sorridere assonnato.

“Buonanotte, tesoro”, sussurrò mio marito Javier, baciandomi la fronte come sempre. Chiusi gli occhi e aspettai. Sospettavo da quasi tre settimane che mi stesse sedando. Ogni mattina mi svegliavo intontita, con la bocca secca, il mal di testa e la sensazione di aver sprecato ore della mia vita. Lui aveva sempre una spiegazione: stress, anemia, spossatezza. Insistette persino per accompagnarmi dal medico e garantire per me. Troppo premuroso. Troppo corretto.

Quella notte decisi di scoprirlo.

Erano passati appena dieci minuti quando sentii la porta della camera da letto aprirsi di nuovo. “Sta dormendo”, mormorò Javier. Il materasso si abbassò leggermente, come se fosse entrato qualcun altro. Aprii gli occhi quel tanto che bastava per vedere una sagoma dietro di lui. Era mia cognata, Lucía. Un brivido brutale mi percorse il corpo. Non capivo cosa ci facesse lì a mezzanotte. Trattenni il respiro.

“Sbrigati”, disse dolcemente. “Non possiamo continuare così ancora per molto.”

Javier andò al mio armadio. Sentii il rumore metallico di una scatola e il fruscio di documenti. “Devo solo trovare il documento originale”, rispose. “Senza, la casa è ancora intestata a entrambi.”

Mi ci vollero alcuni secondi per capire. Non cercavano soldi nascosti. Non avevano una relazione davanti a me. Cercavano i miei documenti: l’atto di proprietà della casa che avevo ereditato da mio padre, i miei estratti conto, la mia polizza assicurativa. Il vero motivo per cui prendevo quelle pillole mi colpì come un fulmine a ciel sereno.

Lucía aprì il comodino e tirò fuori il mio computer portatile. “La password non funziona.”

“Prova con la data della morte di tuo padre”, disse Javier senza esitazione.

Mi si strinse lo stomaco. Conosceva le mie password. Conosceva le mie abitudini. Conosceva i miei punti deboli. E all’improvviso, capii anche perché, negli ultimi mesi, aveva insistito così tanto perché firmassi documenti “non importanti”, perché voleva vendere la casa, perché mi isolava dai miei amici, dicendo che ero sensibile e confusa.

Poi Lucia disse qualcosa che mi lasciò senza parole.

“Una volta terminato il trasferimento, dovrai ricoverarla in clinica. Se è ancora qui, potrà scoprirlo.”

E in quel momento Javier rispose con una freddezza che non gli avevo mai sentito prima:

“Se domani non firma di sua spontanea volontà, faremo sembrare che ci sia un’epidemia.”

Parte 2

 

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