Benjamin se ne stava in piedi sulla veranda con l’aria di un uomo che non dormiva da giorni e non era del tutto sicuro di meritare di essere lì.
Teneva stretto tra le mani un piccolo orsacchiotto di peluche, come se temesse che potesse scomparire.
Ellie gli si avventò addosso come un piccolo uragano di felicità. Lui barcollò indietro di un passo, ma la afferrò, stringendola tra le braccia mentre chiudeva gli occhi.
Rimasi sulla soglia a guardare quest’uomo vecchio, stanco, malato e testardo, che teneva in braccio mia figlia come se fosse la cosa più preziosa al mondo.
Qualcosa dentro di me si è addolcito.
Non sono scomparsi. Non sono stati perdonati del tutto.
Si è allentato un po’.
Benjamin alzò lo sguardo verso di me da sopra la testa di Ellie.
Mi feci da parte sulla soglia.
«Entra», dissi. «Preparo il caffè.»
Annuì con cautela, come qualcuno che sapeva bene di non dover tentare la fortuna.
Ellie gli aveva già afferrato la mano e lo stava trascinando a tutta velocità verso il divano, raccontandogli tutta la storia emotiva del coniglio Gerald e chiedendogli con insistenza se il signor Tom credesse che gli animali di peluche avessero dei veri sentimenti.
Il volto di Benjamin si illuminò completamente.
La cosa più spaventosa di tutta questa vicenda non era l’ombra fuori dalla finestra di mia figlia.
Era quanto fossi andato vicino a distruggere la possibilità di un nonno morente di amare suo nipote.