L’indirizzo conduceva a un edificio di mattoni con una porta verde. Ho esitato a lungo prima di entrare.
Una volta dentro, fui avvolto dall’odore di legno cerato e carta vecchia.
Era uno studio di registrazione.
Al centro, un magnifico pianoforte verticale. Le pareti erano ricoperte di scaffali pieni di spartiti. Sul leggio, “Clair de Lune” di Claude Debussy e la “Sonata al chiaro di luna” di Ludwig van Beethoven, i miei pezzi preferiti.
Su un tavolo, registrazioni etichettate: “Per Camille – Dicembre 2018”, “Per Camille – Marzo 2020″… Decine di esse.
Accanto a loro c’erano le cartelle cliniche. Sapeva da anni che il suo cuore era fragile.
Aveva anche lasciato istruzioni affinché i fiori mi venissero recapitati dopo la sua partenza. Aveva pensato a tutto.
Il sogno che avevo abbandonato

Poi ho trovato un giornale.
Raccontò di come, un giorno, mi avesse sentito parlare del mio sogno d’infanzia: diventare pianista. Io avevo riso, dicendo che la vita aveva deciso diversamente.
Pensavo di aver seppellito quel sogno.
Non lui.